Le Regioni hanno approvato l’atto di indirizzo per il rinnovo dell’Accordo dei medici di medicina generale. MMG nelle Case di Comunità fino a un massimo di sei ore settimanali con l’obiettivo di garantire almeno un medico in ogni struttura
Le Case di Comunità entrano in una fase decisiva. Le Regioni hanno approvato l’atto di indirizzo propedeutico al rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale dei medici di medicina generale, prevedendo per i medici di famiglia la presenza nelle strutture territoriali fino a un massimo di sei ore settimanali, per 48 settimane l’anno. L’obiettivo dichiarato è garantire almeno un medico in ogni Casa di Comunità e dare piena attuazione a una delle principali riforme dell’assistenza territoriale previste dal Pnrr.
Il provvedimento arriva in vista della scadenza del 30 giugno legata al Piano nazionale di ripresa e resilienza per l’apertura delle Case di Comunità. Secondo quanto riportato dalla Conferenza delle Regioni, l’atto di indirizzo rappresenta una risposta per assicurare la presenza dei medici di medicina generale all’interno delle nuove strutture e sbloccare un passaggio considerato essenziale per il funzionamento effettivo della rete territoriale.
Non solo strutture: serve una porta di accesso riconoscibile
Il punto centrale, per i cittadini, non è soltanto l’apertura fisica delle Case di Comunità, ma la loro capacità di diventare luoghi realmente accessibili, riconoscibili e utili. Il DM 77 del 2022, che definisce modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale, individua nel Distretto il luogo di coordinamento della rete dei servizi sanitari e sociosanitari territoriali.
In questa architettura, la Casa di Comunità dovrebbe rappresentare il punto di prossimità a cui il cittadino può rivolgersi per bisogni di salute che richiedono assistenza sanitaria e sociosanitaria, con collegamenti ai servizi sociali. Le linee di indirizzo Agenas prevedono, per le Case di Comunità hub, funzioni come il Punto unico di accesso, l’assistenza primaria in équipe multiprofessionali, la continuità assistenziale, l’assistenza infermieristica, specialistica ambulatoriale, domiciliare, il punto prelievi, la diagnostica di base e il collegamento con il Cup aziendale.
È qui che la presenza dei medici di famiglia diventa strategica. Per molti cittadini, il MMG resta il primo riferimento del Servizio sanitario nazionale: conosce la storia clinica del paziente, intercetta precocemente i bisogni, orienta verso i percorsi più appropriati. Portare questa funzione dentro le Case di Comunità significa provare a trasformare queste strutture da contenitori organizzativi a luoghi di presa in carico.
Pazienti fragili e cronici: la sfida della continuità
Il tema riguarda in modo particolare anziani, pazienti cronici, persone con disabilità, cittadini con bisogni sanitari e sociali complessi. Per queste categorie, l’accesso non si misura solo nella possibilità di ottenere una visita, ma nella continuità del percorso: sapere dove rivolgersi, evitare passaggi impropri in pronto soccorso, non dover ricostruire ogni volta la propria storia clinica, trovare risposte coordinate tra medico di famiglia, infermiere di comunità, specialisti, assistenza domiciliare e servizi sociali.
La Casa di Comunità, secondo il modello previsto dal Pnrr e dal DM 77, nasce proprio per coordinare i servizi territoriali, con particolare attenzione ai malati cronici. Nella struttura è prevista la presenza di équipe multidisciplinari composte da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti, infermieri di comunità e altri professionisti della salute.
L’inserimento dei MMG nelle Case di Comunità, tuttavia, non basta da solo a garantire la presa in carico. Sei ore settimanali possono rappresentare un presidio minimo, utile a evitare strutture prive di riferimenti medici, ma l’efficacia dipenderà dalla programmazione locale, dall’integrazione con gli altri professionisti e dalla capacità delle Aziende sanitarie di organizzare turni, agende e percorsi in modo comprensibile per i cittadini.
Il nodo operativo: almeno un medico per struttura
L’atto di indirizzo prevede la presenza minima di almeno un medico in ogni Casa di Comunità. È un passaggio rilevante perché una delle criticità emerse nel percorso di attuazione della riforma è proprio il rischio di aprire sedi formalmente completate ma non pienamente funzionanti sul piano dei servizi.
Secondo quanto riportato da Quotidiano Sanità, dopo l’approvazione dell’atto di indirizzo la partita passa alla Sisac per la chiusura dell’accordo con i sindacati entro fine mese. Lo stesso articolo sottolinea che Regioni e Ministero puntano su un accordo ponte per garantire una presenza minima dei medici nelle Case di Comunità.
Dal fronte sindacale, la Fimmg ha accolto positivamente il ritorno alla contrattazione, precisando che le ore nelle Case di Comunità saranno prestazioni aggiuntive riconosciute e retribuite.
Accesso territoriale: cosa cambia per i cittadini
Per i cittadini, la vera misura dell’intervento sarà la semplicità di accesso. Una Casa di Comunità funziona se il paziente sa quali servizi può trovare, in quali orari, con quali modalità di prenotazione, per quali bisogni può rivolgersi direttamente alla struttura e quando invece deve passare dal proprio medico o da altri canali.
La presenza dei medici di famiglia può rafforzare tre dimensioni fondamentali:
orientamento, perché il cittadino fragile o cronico deve essere accompagnato tra servizi diversi;
continuità, perché la risposta territoriale deve evitare frammentazioni tra ambulatorio, specialistica, assistenza domiciliare e ospedale;
appropriatezza, perché intercettare precocemente un bisogno sul territorio può ridurre accessi impropri e ritardi nella presa in carico.
Resta però una questione di equità. Il modello delle Case di Comunità punta a garantire standard uniformi, ma l’attuazione concreta dipenderà dalla capacità dei territori di dotarsi di personale, organizzazione e servizi realmente disponibili. Il rischio, già evidenziato nel dibattito sulla riforma territoriale, è che le differenze regionali e locali si traducano in nuove disuguaglianze nell’accesso.
Una riforma da misurare sui servizi, non solo sugli adempimenti
L’approvazione dell’atto di indirizzo è un passaggio importante per rendere operative le Case di Comunità, ma la sfida si giocherà sull’impatto reale per cittadini e pazienti fragili. La presenza del medico di famiglia nelle strutture può dare riconoscibilità e continuità alla rete territoriale, a condizione che sia inserita in un’organizzazione chiara, multiprofessionale e accessibile.
Perché la Casa di Comunità non diventi solo un nuovo indirizzo sulla mappa del Ssn, dovrà essere percepita dai cittadini come una porta d’ingresso concreta: un luogo dove trovare risposte, orientamento e presa in carico. È su questo terreno che si misurerà il successo della riforma territoriale.
